I DEBITI
di Vittorio Alfieri

E' non v'ha soma a sopportar più grave,
Che il dover dar, quando che dar non s' have

ARIOSTO, Orlando furioso, XX, 20.


Mercantuzzi politici, gli Stati
Della Europa, or sì dotta in aritmetica,
Tutti stan pur nei Debiti affogati.
Gonfia di giorno in giorno la ipotetica
Fraudulenta cartacea ricchezza,
Per cui l'idrope Europa al fin muor etica.
Niun più sua firma che il suo onore apprezza:
Mercanti e Regi e Senatori e Zucche
Firman dei Pagherò,ch'è una bellezza.
E intanto a noi pingui ed ottuse mucche
Tutto vien munto il sangue non che il latte,
E in iscambio ci dan le fanfalucche.
Trovato han vie più placide e più ratte
I Governi umanissimi presenti
Per isfogar le loro voglie matte.
Nuovi balzelli non v'ha più chi inventi
La spogliante final sentenza stampa
Un Pagherò, per cui del mille hai venti.
L'iniquo esemplo della maggior Lampa
Sovra i privati tutti è poi diffuso,
Sì che di ladre firme ogni uom si campa.
Commercio, e Lusso, e Debiti in confuso
Nonno, Babbo, Figliuoli, un fascio fanno,
Che tutto ha in sè l'uman fetore acchiuso
Tal di falliti ampia catena danno,
Che ad uscita ciascun appon l'altrui,
E ad entrata il furar con forza o inganno.
Udiam quant'è il tuo debito ed a cui.
Artigiani e Fornajo e Macellajo
Non han visto un mio soldo, or anni dui:

Non, ch'io pagar non voglia; ma ogni guaio
Nasce dal Prence, ch'or ben anni tre
Non m'ha dei frutti miei dato un danajo.
Io non vorrei davvero essere in te
Che, imprigionato pria dai creditori,
Sarai poscia o dai Cento o dall'un Re
Sgozzato; il che non fanno ai malfattori.
In oggi così saldan le partite
I non solventi Stati debitori.
Ogni Provincia, ogni Città sta in lite
Con sua entrata annual; nè v'ha Borguzzo
Che nel spregar quel d'altri non le imíte.
Ogni pubblica Azienda o Spedaluzzo
Il Chirografo ottien, per cui consorte
Al Debitone ei fa suo Debituzzo.
E tutti poi, per vie più dritte o torte,
All'ombra fida del fallito Stato
Falliscon franchi, come s'usa in Corte.
Verbo non v'è il più tristo e il più lograto:
Tu Devi, perch'io Devo, e a me si Deve
E il potrei tutto conjugar d'un fiato,
Ch'ogni suo Tempo l'adattar fia lieve;
Tranne il nobil vocabolo DOVERE,
Che di nome il valor da lui riceve:
Dico il sacro morale uman Dovere,
Che calpestato in questo secol brutto
Fa sì che lasciam l'Esser per l'Avere.
E ciascun, vile, e cupido, ed asciutto,
Per quanto e il succo e il sangue altrui si beva,
Cogliam con ladra man d'inopia il frutto.
E ognor più deve chi qua e là più leva;
E chi più deve, avvien che ognor più furi
Ruota, che i buoni affonda, e i rei solleva.
Come impossibil è che a lungo duri
L'arco strateso, e temi ognor ch'ei rompa;
Così ai dominj indebitati e impuri
Sempre sovrasta la funerea pompa.

 

 

 

 


PURGATORIO. CANTO I. VERSI 1- 136
di Dante Alighieri

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!

Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l’altro polo,
là onde ’l Carro già era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.

"Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?",
diss’el, movendo quelle oneste piume.

"Chi v’ ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?".

Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.

Poscia rispuose lui: "Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.
Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.

Com’io l’ ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
78ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
81per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
84se d’esser mentovato là giù degni".



"Marzïa piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là", diss’elli allora,
"che quante grazie volse da me, fei.
Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;

ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita".

Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El cominciò: "Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi".
L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.










ASTOLFO SULLA LUNA
di Ludovico Ariosto


70
Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch'in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.

71
Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s'indi la terra e 'l mar ch'intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l'imagin lor poco alta si conduce.

72
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c'han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.

73
Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l'apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.

74
Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch'in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.

75
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l'inutil tempo che si perde a giuoco,
e l'ozio lungo d'uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

76
Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch'eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de' Persi e de' Greci, che già furo
incliti, ed or n'è quasi il nome oscuro.

77
Ami d'oro e d'argento appresso vede

in una massa, ch'erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch'in laude dei signor si fanno.

78
Di nodi d'oro e di gemmati ceppi
vede c'han forma i mal seguiti amori.
V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi,
l'autorità ch'ai suoi danno i signori.
I mantici ch'intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.

79
Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l'opra:
poi vide bocce rotte di più sorti,
ch'era il servir de le misere corti.

80
Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch'importe.
- L'elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. -
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch'ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.

81
Vide gran copia di panie con visco,
ch'erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l'occurrenze nostre:
sol la pazzia non v'è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.

82
Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch'egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n'era quivi un monte,
solo assai più che l'altre cose conte.

83
Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell'uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d'Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l'altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d'Orlando.

84
E così tutte l'altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch'egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;

che molta quantità n'era in quel loco.

85
Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de' signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d'altro aprezze.
Di sofisti e d'astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n'era molto.

86
Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l'oscura Apocalisse.
L'ampolla in ch'era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch'Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch'uno error che fece poi, fu quello
ch'un'altra volta gli levò il cervello.



dall’Orlando Furioso













TEDIO INVERNALE
di Giosue’ Carducci

Ma ci fu dunque un giorno
su questa, terra il sole?
Ci fùr rose e viole,
luce, sorriso, ardor?

Ma ci fu dunque un giorno
la dolce giovinezza
la gloria e la bellezza
fede, virtude, amor?

Ciò forse avvenne ai tempi
d'Omero e di Valmichi,

ma quei son tempi antichi,
il sole or non è più.

E questa ov'io m'avvolgo
nebbia di verno immondo
è cenere d'un mondo
che forse un giorno fu.



dalle “Rime nuove”












A ZACINTO
di Ugo Foscolo

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.



















AHI LASSO, OR È STAGION DE DOLER TANTO
di Guittone d'Arezzo

I.

Ahi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
     vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
ch’a certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
   ché l’onorata sua ricca grandezza
e ‘l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ‘l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ‘n altezza?


















SE QUESTO È UN UOMO
di Primo Levi

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.


da “Se questo è un uomo” (Einaudi)











MARZO 1821
di Alessandro Manzoni


Alla illustre memoria
di
TEODORO KOERNER
poeta e soldato
della indipendenza germanica
morto sul campo di Lipsia
il giorno XVIII d'Ottobre MDCCCXIII
nome caro a tutti i popoli
che combattono per difendere
o per riconquistare
una patria.


Soffermati sull'arida sponda,
 Vòlti i guardi al varcato Ticino,
 Tutti assorti nel novo destino,
 Certi in cor dell'antica virtù,
 Han giurato: Non fia che quest'onda
 Scorra più tra due rive straniere;
 Non fia loco ove sorgan barriere
 Tra l'Italia e l'Italia, mai più!

L'han giurato: altri forti a quel giuro
 Rispondean da fraterne contrade,
 Affilando nell'ombra le spade
 Che or levate scintillano al sol.
 Già le destre hanno stretto le destre;
 Già le sacre parole son porte:
 O compagni sul letto di morte,
 O fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,
 Della Bormida al Tanaro sposa,

 Del Ticino e dell'Orba selvosa
 Scerner l'onde confuse nel Po;
 Chi stornargli del rapido Mella
 E dell'Oglio le miste correnti,
 Chi ritogliergli i mille torrenti
 Che la foce dell'Adda versò,

Quello ancora una gente risorta
 Potrà scindere in volghi spregiati,
 E a ritroso degli anni e dei fati,
 Risospingerla ai prischi dolor:
 Una gente che libera tutta,
 O fia serva tra l'Alpe ed il mare;
 Una d'arme, di lingua, d'altare,
 Di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
 Con quel guardo atterrato ed incerto,
 Con che stassi un mendico sofferto
 Per mercede nel suolo stranier,
 Star doveva in sua terra il Lombardo;
 L'altrui voglia era legge per lui;
 Il suo fato, un segreto d'altrui;
 La sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
 Torna Italia, e il suo suolo riprende;
 O stranieri, strappate le tende
 Da una terra che madre non v'è.
 Non vedete che tutta si scote,
 Dal Cenisio alla balza di Scilla?
 Non sentite che infida vacilla
 Sotto il peso de' barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi
 Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito;
 Un giudizio da voi proferito
 V'accompagna all'iniqua tenzon;
 Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
 Dio rigetta la forza straniera;
 Ogni gente sia libera, e pera
 Della spada l'iniqua ragion.
 
Se la terra ove oppressi gemeste
 Preme i corpi de' vostri oppressori,
 Se la faccia d'estranei signori
 Tanto amara vi parve in quei dì;
 Chi v'ha detto che sterile, eterno
 Saria il lutto dell'itale genti?
 Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
 Saria sordo quel Dio che v'udì?

Sì, quel Dio che nell'onda vermiglia
 Chiuse il rio che inseguiva Israele,
 Quel che in pugno alla maschia Giaele
 Pose il maglio, ed il colpo guidò;
 Quel che è Padre di tutte le genti,
 Che non disse al Germano giammai:
 Va', raccogli ove arato non hai;
 Spiega l'ugne; l'Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente
 Grido uscì del tuo lungo servaggio;
 Dove ancor dell'umano lignaggio
 Ogni speme deserta non è;
 Dove già libertade è fiorita,
 Dove ancor nel segreto matura,
 Dove ha lacrime un'alta sventura,
 Non c'è cor che non batta per te.

Quante volte sull'Alpe spiasti
 L'apparir d'un amico stendardo!
 Quante volte intendesti lo sguardo
 Ne' deserti del duplice mar!
 Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
 Stretti intorno a' tuoi santi colori,
 
Forti, armati de' propri dolori,
  I tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
 Il furor delle menti segrete:
 Per l'Italia si pugna, vincete!
 Il suo fato sui brandi vi sta.
 O risorta per voi la vedremo
 Al convito de' popoli assisa,
 O più serva, più vil, più derisa
 Sotto l'orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!
 Oh dolente per sempre colui
 Che da lunge, dal labbro d'altrui,
 Come un uomo straniero, le udrà!
 Che a' suoi figli narrandole un giorno,
 Dovrà dir sospirando: io non c'era;
 Che la santa vittrice bandiera
 Salutata quel dì non avrà.


















IL RE DEI CARBONARI    
di Giovanni Pascoli    

I.

Nella foresta murmuri notturni:
breve nel buio balenìo di luci.
Forse non son che lucciole e che gufi:
gufi con gli occhi tondi ne’ lor buchi.
O non son essi. Vanno attorno i lupi
con passi sordi sulle felci e i muschi.
O forse vanno per la solitudine
anacoreti con lor pii sussurri.
Bussano andando i cavi tronchi duri,
che ognun si scosti e qua o là s’occulti.
No: sono boscaioli con le scuri,
così lontani che gli ansiti lunghi
e i grandi colpi sembrano minuti
picchi di picchi e singultìo di chiù.

II.

Il fuoco dorme in mezzo alla foresta
nella sua piazza. Dai cagnoli il fuoco
occhieggia e guizza. Ma di foglie mista
la terra chiude la fumante bocca.
Il fuoco è dentro: inconsumabile arde.
Nelle baracche, cui di frondi è il tetto,
i carbonari dalle lunghe barbe
su tronchi assisi, vegliano, tenendo
la scure in mano. Una lucerna brilla
sul maggior tronco con le sue tre fiamme.
Il gran maestro alza le mani al Santo
e intuona il canto nel silenzio sacro:

III.

– Oh! questa è gioia, questo al mondo è bene,

in un sol luogo dimorar fratelli.
È come unguento sparso sui capelli,
che piove giù dal capo sulla barba.

È come unguento scorso sulla barba,
che scorre, e bagna l’orlo della veste.

Come sereno piovere celeste,
come rugiada che vien giù dal cielo;

rugiada che discende dal Carmelo,
discende ai colli, e poi da’ colli al piano.

Chè Dio segnò quei luoghi di sua mano,
e vita avranno fin che secol duri.

E voi le mani alzate con le scuri
stando nell’atrio, in cuor pensosi e pronti.

La notte cade. Luce è già sui monti.
Le scuri alzate contro il dì che viene. –

IV.

Il gran maestro con la scure il tronco
batte tre volte. Grave parla, e dice:
“ Udite, o nati da fratelli. All’uscio
d’una baracca uno picchiò notturno.
Era smarrito tra la notte e il nembo,
nella foresta. Vide il fuoco in una
radura, acceso. Vide le tre luci
nella capanna. Entrò. Giovane e bello
era, coi segni del dolore in fronte.
Era un’errante zingara sua madre.
Per lunghe strade lo traea fanciullo
meditabondo. Sempre gli occhi al cielo
teneva, fissi, per vedere un astro,
che non sorgeva. E nel suo cuore il sangue
del Conte Verde era e del Conte Rosso.
Re, per destino, egli sarà dei monti;
ma noi l’ungemmo re della foresta.
Contro lui geme ed ulula il lupatto
dell’Apennino, e l’aquila a due rostri
lo spia dall’alto senza muover l’ale,
tacita, intenta. Ma il re nostro un giorno
trarrà la spada, leverà lo scudo,
chè Dio lo vuole, con la bianca croce,
mettendo in fuga tutti i lupi e i gufi,
allor che la grande aquila ferita.
trasvolerà, rauca strillando, l’Alpi „.

V.

– O Carbonari, uscite dalle porte
dell’acque, con le accette sulle spalle.

Uscite al monte, andate nella valle,
tagliate rami verdi d’oleastro.

Recate ognuno frondi d’oleastro,
rami di mirto, calami di canna.

Fatevi, come è scritto, una capanna,
un vostro asilo tacito e selvaggio.

Una capanna, usciti di servaggio,
fate di rami d’acero e di pino;

ove beviate in pace il dolce vino
e vi cibiate della pingue carne.

Ma la sua parte niuno oblii mandarne,
a chi non n’ha, chè questo è il giorno santo.

E lieti siate, ed obliate il pianto.
Gioia è di Dio che il cuore ci fa forte. –

VI.

Così celati aspetteranno il giorno
d’andare incontro al gentil re crociato.
Libereranno dalle piote arsite
allor la bocca, e il carbon nero al vento
prenderà fuoco e brillerà sul filo
di mille scuri, e da quel fuoco il fumo
a grandi spire salirà nel cielo.
Nero il vessillo come carbon nero,
e rosso e azzurro come fuoco e fumo,
sia nelle vostre mani, o boscaiuoli,
o taglialegne nati da fratelli,
o carbonari, avanti al re che viene!

VII.

Passano intanto i carbonati occulti
la notte, alzando le due mani ai puri
astri del cielo, tra gli scabri fusti
d’annose quercie, nei romani luchi.
Gittano sangue al lor passaggio i pruni,
scrosciano foglie, fischiano virgulti.
Sotterra il fuoco hanno sepolto muti,
siccome seme gli aratori ignudi.
Germinerà. Nei taciti interlunii,
chiusi nei tabernacoli fronzuti,
pensano al re fanciullo, che tra i lupi
ignaro passa, che di tra le nubi
l’aquila veglia, e piomba già su lui
stringendo sempre il nero volo più.    


dai “Poemi del Risorgimento”

 

 



ALLA MIA NAZIONE
di Pier Paolo Pasolini
 
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.



da "La Religione del mio tempo"
(Garzanti)
















UOMO DEL MIO TEMPO
di Salvatore Quasimodo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.



da Giorno dopo Giorno
(Tutte le poesie, A. Mondadori)















ALLE FRONDE DEI SALICI
di Salvatore Quasimodo

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.







da Giorno dopo Giorno
(Tutte le poesie, cit.)

















IL TEATRO DEGLI ARTIGIANELLI
di Umberto Saba


Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.

Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro.

Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esili,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.


da Tutte le poesie, A. Mondadori

 

 

 

 

 

 

 

FRATELLI
di Giuseppe Ungaretti

Mariano il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli


da “Vita d’un uomo”
(A. Mondadori)